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Lucrezia Borgia a Cagliari, tra culurgiones, culle e ambiguità necessarie

È la mia prima volta a Cagliari.
Una di quelle prime volte che non hanno bisogno di essere lunghe per essere significative: il tempo giusto per assaggiare dei culurgiones fatti come si deve, sbevazzare un Pedres Brut e infilarmi al Teatro Lirico di Cagliari per vedere Lucrezia Borgia. Non male come battesimo.
 


La curiosità era tanta. Lucrezia Borgia non è certo uno di quei titoli che girano spesso. Anzi, è uno di quelli che ogni tanto riaffiorano, fanno parlare di sé e poi tornano nel cassetto. Forse perché non è rassicurante, forse perché non è facile da incasellare, forse perché altri Donizetti fanno vendere più biglietti senza creare troppi problemi. Ma la curiosità vera era per la regia di Andrea Bernard.

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Don Giovanni ad Anversa, tra un binario e una gallina

Il viaggio comincia sempre prima del sipario.Nel mio caso, in treno, con un cambio che rischio di perdere e una stazione che non conosco. Chiedo informazioni a un signore belga che mi sorride, forse divertito dalla mia camminata un po’ buffa causata del mix letale di "fretta e tacchi". Mi indica la platform 22. Ah, quanto mi piace la gentilezza!
Ma torniamo a noi.

Arrivo finalmente all’Opera di Anversa. Un teatro importante, elegante, diverso da quelli a cui siamo abituati in Italia. 

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Nel recinto di Gilda: il Rigoletto che parla ai giovani (e agli adulti)


​In Italia esistono 29 teatri di tradizione, sparsi lungo tutto lo stivale come piccoli fari culturali.  Non basta essere un teatro per diventare “di tradizione”, bisogna avere memoria. Bisogna aver contribuito, in qualche modo, a formare il carattere di un luogo. Sono posti che resistono. Che educano senza farlo pesare. Che non ti chiedono nulla, se non di entrare.
Il Marrucino di Chieti è uno di questi. Un teatro che ha saputo rinnovarsi senza smarrire la propria identità. E qui, quest’anno, si chiude la stagione lirica 2025 con un titolo che non ha bisogno di presentazioni: Rigoletto.
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Lady Macbeth alla Scala: la Prima che doveva far tremare Milano… e invece ha rassicurato la Zia Lucia

Come ogni 7 dicembre, anche quest’anno mi sono sistemata sul divano per la Prima della Scala: plaid sulle gambe, tisana alla mano, spirito critico in modalità “vediamo il circo di quest’anno”.
Perché sì, inutile negarlo: la Prima è quell’ibrido irresistibile tra cultura e red carpet in cui gli intervistati sfoggiano abiti couture e risposte preconfezionate. Quest’anno Mahmood e Achille Lauro sorridono composti come due icone pop infilate a forza in un documentario sulla borghesia milanese; una modernità cosmetica messa lì a fare da contrappunto alla conduzione di Carlucci e Vespa, che restituisce l’atmosfera di un Natale in famiglia dove gli zii parlano ancora del ’68 mentre i cugini giovani cercano il Wi-Fi. 
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L’opera lirica e i giovani: da soprammobile in cristalliera a esperienza viva
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Quando si parla di opera lirica, la prima reazione di molti giovani è un sorriso un po’ ironico: “Ah, quella roba noiosa in costume, che dura tre ore?”. È una reazione comprensibile. In fondo, l’opera appartiene a un mondo che sembra lontanissimo: i teatri ottocenteschi, le voci potenti, i libretti scritti in un linguaggio che non è più il nostro. È un po’ come aprire l’Iliade in greco: pochi capiscono davvero le parole, ma dentro quelle parole c’è la radice di tutto.
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