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Nel recinto di Gilda: il Rigoletto che parla ai giovani (e agli adulti)

11/12/2025

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In Italia esistono 29 teatri di tradizione, sparsi lungo tutto lo stivale come piccoli fari culturali.  Non basta essere un teatro per diventare “di tradizione”, bisogna avere memoria. Bisogna aver contribuito, in qualche modo, a formare il carattere di un luogo. Sono posti che resistono. Che educano senza farlo pesare. Che non ti chiedono nulla, se non di entrare.
Il Marrucino di Chieti è uno di questi. Un teatro che ha saputo rinnovarsi senza smarrire la propria identità. E qui, quest’anno, si chiude la stagione lirica 2025 con un titolo che non ha bisogno di presentazioni: Rigoletto.
Un’opera già di per sé esplosiva, ma che quest’anno assume una luce nuova grazie alla regia di Manu Lalli. Il suo nome è una specie di firma: quando lo vedi in cartellone, sai già che ci sarà qualcosa da guardare oltre quello che normalmente vediamo.
In ogni sua regia ritrovo una coerenza poetica che attraversa colori, gesti e spazi. Lalli non “mette in scena” un’opera: la traduce in un linguaggio che ha un peso, un senso, una direzione. E soprattutto dialoga con il presente.
Non è forse questo il compito del teatro oggi?

Al centro del suo lavoro c’è un principio limpido: il futuro appartiene a chi lo dovrà abitare domani.
E questo principio si materializza nei progetti con i giovani, nelle scuole, nei percorsi educativi, nelle produzioni pensate per parlare anche a chi ancora non conosce l’opera e magari, un giorno, se ne innamorerà.
Lalli nei giovani vede una forza di cambiamento. E fa del teatro un luogo di libertà, crescita e ascolto.
È con questo sguardo che si avvicina al Rigoletto, non solo come tragedia di un padre e di una figlia, ma come riflessione profonda su una tensione eterna, quella tra adulto e giovane, tra chi crede di proteggere e chi chiede soltanto di essere ascoltato.
Rigoletto è un padre che ama troppo e capisce troppo tardi. La sua protezione diventa prigione, limite, ombra.
E qui la scena non illustra il tema, lo incarna.

La casa in cui vive Gilda appare come la proiezione della sua stessa condizione. Il cancello rosso che la circonda non delimita solo un luogo fisico: definisce ciò che Gilda è, o meglio ciò che le è concesso essere. Da un lato l’intimità fragile di padre e figlia, dall’altro un mondo che si muove, che balla, che travolge. Un mondo adulto che spesso corre più di quanto ascolti.

Quel rosso.
Quel rosso che in Lalli ritorna sempre.
Rosso gabbia, rosso sangue, rosso amore.


La vita di Gilda è già dentro un "recinto". E il suo vestito bianco, che dice innocenza e fragilità si appoggia a quel rosso come se dovesse imparare a respirare dentro una vita che altri hanno deciso per lei. Una contrapposizione visiva che mostra quanto sia stretto lo spazio concesso alla sua crescita.
È lì, nello stesso spazio, entra sotto falso nome, il Duca. Mascherato. 
Maschera rossa sugli occhi: l’inganno già dichiarato. Quando la getta a Gilda, non è un gesto casuale. È un passaggio di consegna.
Il momento in cui la menzogna diventa sua. In cui lei, ingenua e innamorata, è costretta a guardare il mondo con il filtro di chi crede che la ami.

Quando resta sola con quella maschera, Gilda sembra un piccolo Amleto: la solleva, la studia, la stringe, la allontana. È il suo dubbio, la sua domanda, il suo cuore.
E intanto risuonano le parole del Duca: “Due che s’amano son tutto un mondo.” Seduzione pura. Illusione purissima. Un mondo costruito sul niente, eppure per lei così vero.
Gilda lo dice, vive con Rigoletto da tre lune. È giovane, nuova, fragile, senza un sistema di riferimento. E le radici che Rigoletto tenta di imporle non le permettono di avere il lusso più grande di tutti, quello di sbagliare, cadere, rialzarsi.
Non le permettono di costruirsi una guida per muoversi nel mondo.


E arriviamo al finale. All’ultimo incontro.
Lei dice perdono.
Lui dice vendetta.
Due mondi che non si toccano.
​

La voce giovane che chiede pace. La voce adulta che non sa ascoltare. Mai come qui ho sentito quanto questa regia non parli soltanto di padre e figlia, ma di tutte le relazioni in cui l’amore, per proteggere, finisce per chiudere; in cui la paura costruisce muri proprio dove servirebbero finestre.

Esco dal teatro, cammino per il corso, e penso che in Manu Lalli il rosso non è un colore: è un linguaggio. Un codice poetico che parla di responsabilità, crescita, smarrimento. Di un mondo che gli adulti credono di conoscere, ma che spesso non vedono più davvero. E dentro questo linguaggio, Gilda, la sua voce, la sua breve vita, le sue tre lune, diventa simbolo di tutte le giovani generazioni cui Lalli dedica il suo lavoro.
Un mondo che chiede ascolto. Una voce che non dovremmo ignorare.

E mentre percorro gli ultimi passi, prima di arrivare in un bar per un tè, penso che il teatro non ci consoli ma ci metta davanti a ciò che siamo. E meno male.
1 Comment
Viviana
8/5/2026 15:03:01

Grazie, il Teatro è l'unico luogo che mi consola e mi interroga. L'Opera mi divora e mi restituisce all'ultimo atto, ogni volta trasformata. Grazie.

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