UNPOSTALL'OPERA
  • Home
  • COS'È?
  • MANUALE DI SOPRAVVIVENZA
  • BLOG
  • DIETRO LE QUINTE

Don Giovanni ad Anversa, tra un binario e una gallina

14/1/2026

0 Comments

 
Picture
Il viaggio comincia sempre prima del sipario. 
​
Nel mio caso, in treno, con un cambio che rischio di perdere e una stazione che non conosco. Chiedo informazioni a un signore belga che mi sorride, forse divertito dalla mia camminata un po’ buffa causata del mix letale di "fretta e tacchi". Mi indica la platform 22. Ah, quanto mi piace la gentilezza!
Ma torniamo a noi.

Arrivo finalmente all’Opera di Anversa. Un teatro importante, elegante, diverso da quelli a cui siamo abituati in Italia. Dentro, la sala colpisce per la sua chiarezza: una platea inclinata, balconate che si sviluppano su più livelli, senza eccessi decorativi. La sensazione è quella di uno spazio pensato per concentrare lo sguardo verso la scena, più che per esibire chi guarda. Tutti, in fondo, osservano dallo stesso punto. È una sala che non ostenta, che non divide, ma che semplicemente invita all’ascolto. Insomma, una bella dichiarazione d’intenti!
Prima che inizi lo spettacolo, nei soprattitoli compare una scritta: la produzione è sostenuta dal governo belga attraverso la Shelter Tax, un sistema che incentiva fiscalmente il sostegno alla cultura coinvolgendo anche il settore privato. Lo leggo e il confronto con casa nostra è inevitabile. In Italia il sostegno alla cultura è spesso affidato alla buona volontà delle istituzioni o alla resistenza dei singoli; qui, invece, esiste un meccanismo strutturato che considera la produzione artistica non come un costo, ma come un investimento. Non è una questione di numeri, ma di visione: quando la cultura è parte del sistema, può permettersi di rischiare, sperimentare, formare e essere il terreno su cui crescono spettacoli come questo.

Il sipario si alza.
E non comincia nulla.
Siamo già alla fine.

​Gli artisti sono tutti in scena, inchinati, come ai saluti finali. Accade qualcosa di straniante e bellissimo: il tempo va all’indietro. Un rewind perfetto. Gli interpreti si rialzano, rientrano uno a uno, come se qualcuno avesse premuto “riavvolgi”. Siamo già ai titoli di coda, eppure siamo appena arrivati. Capisco subito che questo Don Giovanni non vuole raccontarmi una storia, ma mostrarmi un meccanismo. Un loop.
La scena è minimale: una lunga passerella mobile attraversa il palcoscenico, una scala verticale incombe, le luci disegnano spazi mentali più che ambienti reali. Tutto accade lì sopra. Gli artisti passano, tornano, si incrociano in un movimento continuo. E poi ci sono loro: le galline. Vive, reali. Totalmente inaspettate. Ed è proprio per questo che funzionano subito: sorprendono, spiazzano, fanno sorridere. Attraversano il palcoscenico con una naturalezza disarmante, completamente indifferenti a ciò che le circonda.
Ma non restano solo un elemento buffo. Nel corso dello spettacolo cambiano statuto: diventano cibo, finiscono allo spiedo, vengono consumate, e poi tornano di nuovo “normali”, come se nulla fosse successo. Una trasformazione ripetibile, reversibile, seriale. È difficile non leggerci un messaggio. La logica del consumo domina anche il mondo di Don Giovanni: passaggi continui, corpi che entrano ed escono, intercambiabili. Quando Leporello, uno straordinario Michael Mofidian, canta "Madamina, il catalogo è questo" e solleva la lista interminabile delle conquiste, il parallelo è chiarissimo.

Tra le cose che mi hanno colpita di più in questo spettacolo, denso di simboli e livelli di lettura, c’è il rapporto tra Zerlina e Masetto, e in particolare il gioco dei costumi che accompagna la loro relazione. All’inizio entrano in scena con indosso lui la gonna e il velo, lei gilet e cravatta. Non l’ho letto come un discorso sull’identità in senso stretto, ma come una dimensione di gioco, di ruoli ancora aperti, prima che il dramma intervenga davvero.
Con l’arrivo di Don Giovanni quel gioco si incrina. Subentrano la tentazione e il sospetto, i ruoli si ricompongono, i costumi tornano “giusti”. Ma il percorso non si ferma lì: entrambi si spogliano fino a restare nell’intimo color carne che attraversa tutta l’opera. Qui il costume si rivela per ciò che è: una maschera teatrale, prima intercambiabile, poi corretta, infine inutile. Quando, verso la fine, Masetto tenta di tornare indietro, Zerlina lo ferma. Non si torna all’inizio, né si resta nel ruolo. In uno spettacolo dominato dal loop, loro iniziano a indicare un’altra possibilità: attraversare l’esperienza ed uscire di scena senza più bisogno di rappresentarsi.
Una lunga scala è sempre lì, al centro della scena, a dominare lo spazio. Non è solo un elemento scenico, ma una presenza costante, quasi una soglia. È da lì che il Commendatore precipita, ed è da lì che ritorna più volte, salendo e scendendo come se non potesse mai abbandonare davvero la scena. Non è inferno, non è paradiso: assomiglia piuttosto a un purgatorio, a una sospensione continua.
Alla fine, sotto quella stessa scala, Don Giovanni viene trascinato via. Non c’è intervento divino, non c’è miracolo: sono mani umane a tirarlo giù, una lotta fisica, concreta, che resiste fino all’ultimo. Solo una fiammata chiude la scena. Una fine inevitabile, già inscritta fin dall’inizio.

Ripensandoci, ciò che resta davvero è la coerenza dello sguardo registico. La regia di Tom Goossens non cerca di spiegare Don Giovanni, ma di attraversarlo con uno sguardo diverso, giovane, profondamente teatrale. Uno sguardo che non si affida solo alla centralità della voce, ma costruisce un linguaggio visivo essenziale e preciso, in cui personaggi e scena vengono svestiti da fronzoli inutili per restare all’osso. Ed è proprio in questa essenzialità che trovano la loro forza: non si appoggiano a nulla, semplicemente sono, e si reggono da sé.
Attraverso un racconto ironico, diretto, mai illustrativo, questa regia riesce a portare un dramma nato oltre due secoli fa in una dimensione sorprendentemente attuale, concettuale, moderna. Ed è qui che riaffiora il grande dilemma che accompagna ogni nuova messa in scena: fedeltà o tradimento? Meglio restare fedeli all’immagine che conosciamo, o tradirla per farla respirare di nuovo?
Qui la risposta è chiara: tradimento, sì. Ma di quelli intelligenti. Questo Don Giovanni non viene smontato, viene lasciato girare su sé stesso come un vecchio nastro che continua a riavvolgersi, sempre uguale, sempre più consumato. Un gioco burlone che si ripete, un loop che sembra non finire mai, finché qualcosa si inceppa. E quando succede, arrivano le conseguenze. La risata si ferma, il meccanismo mostra le crepe.

È anche per questo che ringrazio Opera Ballet Vlaanderen per l’invito a questa produzione: una messa in scena e un cast davvero incantevoli, capaci di essere leggeri senza essere superficiali, concettuali senza diventare freddi. Un Don Giovanni che oggi metto senza esitazioni tra i miei preferiti, e che sono certa parlerebbe,  e piacerebbe,  anche a chi segue Un Post all’Opera.
0 Comments



Leave a Reply.


© Unpostallpera 2026
  • Home
  • COS'È?
  • MANUALE DI SOPRAVVIVENZA
  • BLOG
  • DIETRO LE QUINTE