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Che strano animale, questa Carmen

17/8/2026

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Peeping Tom lo seguo da anni e scoprire che al Festival di Salisburgo avrei visto la loro Carmen è stata una bellissima notizia. Ero curiosa soprattutto di capire che cosa sarebbe successo mettendo nelle mani di Gabriela Carrizo un titolo che, nel bene e nel male, pensiamo tutti di conoscere.

Ma prima di Salisburgo c’era Vienna. Perché se passi da quelle parti e hai la possibilità di fare un salto a Vienna, non è che puoi dire di no.

L’Austria è un Paese che non lascia molto spazio agli equivoci. Appena atterrata, ho attraversato un lungo corridoio tappezzato di manifesti Volvo, perché qui, evidentemente, la Panda non ha appeal, con un graditissimo sottofondo di valzer viennesi. Insomma, mancava soltanto qualcuno che mi consegnasse una parrucca incipriata al controllo documenti e il benvenuto sarebbe stato completo. 

Superato l’impatto, mi sono dedicata a una breve ma dignitosissima permanenza in città a base di caffè, Sachertorte e zuccheri vari.
Il giorno dopo, Salisburgo.

Salisburgo è bellina, ordinata, tranquilla, incastrata tra il fiume e le montagne, con la fortezza che guarda la città dall’alto e Mozart che, in un modo o nell’altro, riesce sempre a ricordarti che sei a casa sua. Ma durante il Festival la tranquillità finisce abbastanza presto.
Davanti al Großes Festspielhaus c’era una quantità impressionante di gente. E soprattutto una quantità impressionante di gente elegante. Molto elegante.
Dal mio posto in Reihe 7 ho guardato il mio taccuino, decisamente meno elegante del resto della sala e per qualche secondo ho provato un certo imbarazzo all’idea di tirarlo fuori. Fortunatamente il collega seduto accanto a me l’ha fatto prima. A quel punto, ristabilita la dignità della categoria, ho estratto anch’io il mio.

E si comincia.

Il preludio parte a sipario chiuso. Quando il sipario finalmente si apre, di Siviglia non c’è praticamente traccia. Niente piazza assolata, niente Spagna da cartolina. Ci troviamo in una specie di territorio arido e desolato, quasi un altro pianeta, dove due uomini stanno cercando di liberarsi di un corpo.
Ora, non è che andando a vedere una Carmen firmata Gabriela Carrizo mi aspettassi rose tra i capelli, boccoli neri e nacchere.
Però devo ammettere che la prima parte mi ha lasciata piuttosto fredda.
Di primo impatto mi trovo immersa in un’atmosfera cupa, nella quale abbastanza presto cominciano a entrare in scena tantissimi bambini. Corrono tutti insieme, cambiano improvvisamente direzione e sembrano davvero un grande stormo di uccelli, una murmuration umana.

In mezzo a loro, c’è una guardia e quello che all’inizio sembra soltanto un gioco prende una piega piuttosto sinistra. La guardia coinvolge uno dei bambini e gli insegna a sparare agli altri, mentre loro continuano a correre e a sfuggirgli come in una specie di “vediamo se mi prendi”. Lui spara, qualcuno cade. E per qualche istante persino uccidere sembra essere diventato parte del gioco.

Poi quello stormo si ricompone, i bambini si fanno più ordinati e arriva “Avec la garde montante.”
A quel punto, per qualche minuto, Carrizo, Salisburgo e tutto il resto spariscono e io torno piccolissima, a quando partecipai a una produzione e imparai quell’aria a memoria senza capire una parola di francese, ma cantandola con grandissima fierezza. Una tecnica che, crescendo, ho poi affinato con la sigla di Dawson’s Creek: “ANOUONAUEI”, e passa la paura.

Poi arriva lei. E qui bisogna dimenticare un bel po’ di cose.
In centocinquant’anni abbiamo messo addosso a Carmen praticamente di tutto. Ogni epoca se n’è costruita una propria: la zingara esotica, la seduttrice, la femme fatale, la donna libera, l’icona femminista. Carrizo prova a spogliarla almeno in parte di questo guardaroba immaginario e Asmik Grigorian si ritrova fra le mani una Carmen che ha poco della donna patinata da cartolina.
Questa Carmen è cazzuta. Sa perfettamente di piacere e sa usare il proprio potere, ma è anche prepotente, manipolatoria, beve, si arrabbia, rompe bicchieri. E soprattutto non viene trasformata nell’ennesima icona femminista contemporanea. È una Carmen diversa. Io ho pensato che avrebbe potuto aprire una porta ed entrare tranquillamente in “Ragazze interrotte”, senza che nessuno dei personaggi si chiedesse cosa ci facesse lì. 

Questa Carmen così poco addomesticata rende interessante la lettura di Carrizo.

Fino a quel momento, devo ammetterlo, ero rimasta un po’ fuori dallo spettacolo. Guardavo, prendevo appunti, cercavo di orientarmi in quell’universo, ma non riuscivo ancora a trovare una chiave per entrarci davvero. Più che incuriosita, forse, ero rimasta fredda.
Per me la temperatura cambia alla taverna di Lillas Pastia.
La scena si apre su un lunghissimo tavolo segnato qua e là dal sangue. Davanti c’è Amparo Cortés, che intona a voce nuda un cante jondo, accompagnandosi soltanto con il ritmo delle nocche sul tavolo. Poche cose, eppure la scena ha una forza incredibile. Poi, lentamente, entra l’orchestra di Teodor Currentzis. Cortés non smette di cantare, continua a scandire il ritmo sul tavolo mentre Bizet comincia a insinuarsi nel suo canto. Ed è proprio questo intreccio ad avermi conquistata. Nessuno dei due mondi sembra dover fare spazio all’altro. Per qualche minuto il flamenco e l’opera respirano insieme.
Sarà anche perché ho un debole per il flamenco, ma questa inserzione l’ho adorata. L’ho trovata originale soprattutto perché non diventa una parentesi folkloristica messa lì per ricordarci che siamo in Spagna. 

Per tutto lo spettacolo Carrizo usa i performer quasi come estensioni dei personaggi. A volte il cantante rimane fermo mentre un altro corpo sembra tirare fuori quello che gli sta succedendo dentro. Tutto si sdoppia e Escamillo ne è forse l’esempio più evidente.

Mentre il torero canta e si prende tutta la virilità che il ruolo gli concede, sul grande tavolo compare una sorta di suo doppio, in calze rosa. Balla, si esibisce, viene guardato e celebrato. Poi vacilla. Sembra sul punto di cadere. Ma la folla non glielo permette. Ogni volta lo prende e lo rimette sopra. Ho pensato che forse, quando tutti ti vogliono su un piedistallo, a un certo punto perdi persino il lusso di poter cadere. Ti vogliamo lassù. Ti vogliamo forte, vincente, spettacolare. Adesso continua a intrattenerci.
Non male per un torero in calze rosa.

C’è poi un personaggio che in Carmen viene continuamente nominato ma che normalmente non vediamo. La madre di Don José. Carrizo invece decide di darle un corpo, quello di Eurudike De Beul. All’inizio la vediamo con un bambino. È José prima di José, ancora piccolo, indifeso, lontanissimo dall’uomo che conosciamo. Poi la madre continua a riaffiorare durante lo spettacolo. Osserva il figlio, lo accompagna, fino a presentarsi completamente nuda.

É
 qui che questa Carmen compie uno spostamento che non mi aspettavo. Potremmo benissimo raccontare ancora una volta Carmen attraverso la libertà femminile, il possesso maschile e il patriarcato. Tutto vero. Tutto legittimo. Ma Carrizo sembra interessata anche a un’altra domanda.
Come si costruisce Don José? Prima la famiglia. La madre. Poi l’esercito e la disciplina. Un uomo cresciuto dentro strutture alle quali appartenere incontra una donna che, al contrario, sembra avere una capacità che lui non possiede affatto: quella di andarsene.
Questo non lo assolve, naturalmente. Ma rende più interessante guardare il modo in cui si disgrega.
A questo punto, però, io comincio un po’ a perdermi
Questa Carmen è davvero pienissima. Di corpi, di doppi, di movimento, di simboli. Mentre qualcuno canta, qualcun altro danza, mentre un personaggio rimane immobile, un altro corpo sembra mostrarci quello che gli sta succedendo dentro. È come se Carrizo volesse continuamente aprire una fessura sull’inconscio dei personaggi e tirarlo fuori, mettercelo davanti.
E per buona parte dello spettacolo la cosa funziona.
A un certo punto, per esempio, entrano in scena due performer che portano due corna. Si avvicinano, si incastrano, cominciano a muoversi insieme e improvvisamente non sembrano più due persone, ma un’unica bestia. Poi uno dei due corpi scompare e ne rimane soltanto uno. Carmen si avvicina alla creatura, la disseta e, quando José interpretato da un bravissimo Jonathan Tetelman,
vorrebbe spararle, la difende.
Che cosa significhi esattamente non saprei dirvelo e, stranamente, non è questo il problema. Quella creatura è una delle immagini che mi sono rimaste più impresse proprio perché non sono riuscita a chiuderla dentro una spiegazione. Potrebbe avere qualcosa del toro, qualcosa di Carmen, forse qualcosa di selvatico che lei riconosce e al quale José reagisce invece imbracciando un fucile. Oppure la regia aveva in mente tutt’altro e io sto allegramente pascolando per conto mio. Ma va bene così. L’immagine continua a funzionare anche senza che qualcuno mi consegni il libretto delle istruzioni.
Il problema arriva quando immagini, corpi e simboli cominciano a essere davvero tanti. A volte avevo la sensazione di non sapere più dove guardare. Il cantante da una parte, il suo doppio dall’altra, qualcuno che attraversa la scena e nel frattempo qualcos’altro che probabilmente dovrei interpretare. Il mio occhio cercava di stare dietro a tutto e, ogni tanto, perdeva semplicemente il filo.
Poi arriva una processione con una Madonna scheletrica. Una donna nuda emerge dall’acqua. Accanto a Micaëla compare un uomo con un’aureola.
​
Ecco, paradossalmente mi ha messo più in difficoltà quell’aureola della bestia cornuta. Perché la bestia continuava a farmi domande. L’aureola sembrava già darmi la risposta. Se Micaëla è la donna pura, la santa contrapposta a Carmen, metterle accanto un’aureola rende quell’opposizione fin troppo evidente. Lo stesso accade con altre immagini, bellissime da vedere ma talvolta così cariche di significato da rischiare di diventare didascaliche. Questo, in uno spettacolo esteticamente così ricco, mi è sembrato a tratti un limite. Non tanto perché non riuscissi a decifrarne ogni simbolo, ma perché non ero più sicura che fosse necessario provarci. Credo che sia anche per questo che il finale mi è arrivato con una forza completamente diversa.
Dopo tutto quel movimento, a un certo punto Carrizo fa una cosa molto semplice. Toglie.
La scena si sgombra e restano Carmen e Don José.
Intorno a loro continua a esistere un altro spettacolo. Escamillo sta andando verso l’arena e la folla lo acclama. Carmen sa che José è tornato, le amiche la avvertono che è lì e che la sta aspettando. Potrebbe evitarlo.
Ma Carmen non ha paura esoprattutto non scappa. Va da lui.

Mentre Escamillo affronta il toro, Carmen affronta José.
In questa sovrapposizione mi sono tornate in mente proprio le parole del Toreador: «pensa, mentre combatti, che un occhio nero ti guarda e che l’amore ti aspetta».
Solo che qui il combattimento è diventato doppio. Da una parte c’è quello dell’arena, pubblico e spettacolare, con una folla che acclama Escamillo. Dall’altra ce n’è uno molto più intimo, senza gloria e senza applausi, tra un uomo e una donna che gli sta dicendo di non amarlo più. Lui insiste, la supplica, cerca ancora di trattenerla. Lei non torna indietro e allora la uccide.
Mentre nell’arena il pericolo è diventato spettacolo, fuori dall’arena la violenza non ha nulla di eroico. Un uomo non accetta che una donna non lo ami più e la accoltella. Questa semplicità rende il finale feroce.
Carrizo ha passato l’intera serata a smontare l’immagine che ci siamo costruiti di Carmen. L’ha resa aggressiva, manipolatoria, a volte persino sgradevole. Ci ha mostrato la madre di José, la sua educazione e quel mondo di regole dentro cui sembra essersi formato. Ha provato a guardare anche dentro di lui, senza per questo assolverlo.Alla fine, però, tutto si riduce a una libertà elementare che Carmen r ivendica fino all’ultimo. Quella di poter dire a un uomo: non ti amo più.

Sono uscita dal teatro con sensazioni contrastanti. Ho trovato questa Carmen visivamente bellissima, esteticamente ricchissima e piena di invenzioni che ancora adesso mi tornano in mente. Alcune intuizioni registiche mi hanno fatto guardare personaggi che pensavo di conoscere da una prospettiva completamente diversa. Altre immagini mi hanno conquistata senza che riuscissi nemmeno a spiegarmele.
Ce ne sono state altre di cui, lo ammetto, avrei potuto tranquillamente fare a meno, ma questo fa parte del gioco.
Sono entrata al Festival convinta di andare a vedere Carmen e ne sono uscita con una bestia cornuta, una Madonna scheletrica, un torero in calze rosa e ovviamente parecchie domande. Tutto sommato, non è poco.

Bella Carmen. Bello Peeping Tom. Bella Salisburgo. Bellissima Vienna. 
Poi ho comprato una bottiglietta piccola d’acqua.
3 euro e 20.
​
Austria, no grazie.​


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